Testimonianze

La multidimensionalità come medicina

La multidimensionalità come medicina

Ed ecco il momento di scrivere, forse per me il modo migliore di esternare parole, pensieri, sentimenti, emozioni. Provo per un attimo a chiudere gli occhi e pensare... pensare a questi quattro giorni passati in una comunita' organizzata da persone meravigliose e che non vorrei mai smettere di incontrare. Gia' il primo giorno sono avvenute cose positive; premetto dicendo che avrei pensato di incontrare corsisti con problemi alcolcorrelati, invece la realta' è apparsa immediatamente diversa: notare anche la presenza di persone estranee al problema, mi ha fatto subito intendere quanto fosse stato interessante quel corso. E in effetti cosi' si è rivelato, sotto aspetti positivi e negativi. Ora non vorrei creare problemi o dubbi con il termine "negativi", quindi lo tralascio per riprenderlo più avanti. Ho assistito a innumerevoli argomenti interessanti di cui fino a quel momento non ne avevo mai sentito discutere, argomenti che peraltro condivido in pieno: dalla metodologia Hudolin alla formazione e struttura del club inteso come il cuore dell'approccio sistemico-familiare; dall'informazione e la prevenzione alla mentalizzazione e alla coscienza individuale; dai club intesi come l'insieme di un'associazione puramente autonoma e individuale, alle battaglie che la stessa associazione intraprende a livello europeo e internazionale, toccando così argomenti di importanza rilevante in campo politico ed economico, scontrandosi con i vertici delle grandi multinazionali e svelando come l' OMS possa rimanere con un piede in due scarpe, pubblicando al mondo intero la ridicola affermazione del " consumo a rischio" e " consumo dannoso". Se ci mettessimo ad affrontare tutti questi argomenti in modo dettagliato, molto probabilmente un libro non ci basterebbe, ma io mi sento pienamente soddisfatto di citarli in questo modo, perchè veramente non potete immaginare come dietro tutte queste realtà, si possano individuare molteplici spiegazioni, che nella mia coscienza condivido pienamente. E poi, la "sana" natura del club, dove si pensa di entrarne a far parte con la propria famiglia, per risolvere il proprio problema, ma in realtà ci si accorge che il problema degli altri, potrebbe diventare una nuova opportunità per noi e viceversa,e quando addirittura si crede di aver eliminato il problema, ci si accorge ormai di aver intrapreso un cammino parallelo, di natura spirituale che ci mette in gioco, un cammino che ha fortificato la nostra anima e ci ha fatto scoprire i nostri valori, le nostre potenzialità, che serviranno a chi di nuovo verrà...ed è così un circuito chiuso, dove si vede inizio ma non si vede fine. E poi... il tema della solitudine e dell'isolamento, due aspetti negativi dell'esistenza umana, ma qui ho imparato che la solitudine è solo un passaggio tra il passato e il futuro, sicuramente il momento più difficile, dove bisogna sollevarsi magari da soli, e guardarsi intorno, aprirsi a nuove realtà, lottare, magari da soli, per una nuova identità, un nuovo stile di vita e allora nuove "famiglie" arriveranno... ma mai isolarsi. Lunedì sera ho incontrato per la prima volta Maria (nome a caso) e appena il mio sguardo si è posato su di lei, ho provato in me un enorme senso di tristezza , ho letto nei suoi occhi stanchi tanta sofferenza e solitudine; in quel momento ho capito che i suoi occhi vedono solo nebbia, e mi sono chiesto cosa avrei potuto fare per fargli tornare la luce, la gioia di vivere la realtà, non so ancora descrivere i miei reali sentimenti nel guardare quel volto dolcissimo, quasi da bambina, avrei veramente voluto far qualcosa per strappargli un sorriso, avrei fatto di tutto in quel momento pur di veder felice quella " bambina". Ho sempre creduto che nella vita si può sbagliare, che a volte si può toccare il fondo, ma c'è sempre una rivincita ed è lì che bisogna sapersi rialzare e tornare in alto.Indubbiamente è forte chi non è mai caduto ma sicuramente è ancora più forte colui che cadendo, trova la forza e il coraggio di rialzarsi e tornare ad abitare la realtà. Nella mia vita ho fatto tanti sbagli, qualcosa ho aggiustato ma molte cose devo ancora "riparare", io credo che tutti noi abbiamo delle certezze, giuste o sbagliate che siano. Io so di bere ( dico bere perchè dal mio punto di vista esiste solo il "bere" e "non bere"), ma mi batterò sempre per le persone a cui tengo, per far capire loro il bene e il male, per far capire loro di non guardare i miei sbagli; io sono consapevole di sbagliare ma per ora ciò che mi interessa maggiormente, è sapere che un giorno avrò lasciato qualcosa di buono a chi mi è stato vicino. Sono felice di aver conosciuto un amico, Massimiliano, portatore di valori esemplari come la fede, molto importante per me; ringrazio Riccardo Melati per avermi dato la possibilità di partecipare a questo corso, ringrazio Anna Olivieri per la sua umanità e Armando Bocca, compagno di viaggio...ringrazio il mio gruppo e tutti i rappresentanti di questa comunità, che attraverso i loro interventi, mi hanno dato tanta forza e non vedo l'ora che anche in me scatti la molla della coscienza, per informare il direttore Giovanni Monesi, del mio + 60... E ora vi lascio con un semplice ciao perchè sono sicuro che ci rincontreremo...

Michael I.

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Libertà

Libertà

Se dovessi sintetizzare in una parola la mia esperienza nei club, questa parola sarebbe: libertà. Frequento i club da quasi 10 anni. Come tutti, mi sono avvicinata a causa di un problema di alcol in famiglia.era “il” problema, quello che occupava tutti i miei pensieri e le mie energie. bruttissimo periodo, me lo ricordo molto bene. Ricordo l'angoscia e il dolore, ma mi sembra un'altra vita.mi importava altro che la soluzione del problema, una specie di mostro gigantesco che oscurava tutto il resto.ricordo anche le persone contattate per prime: Gabriele e Giorgio. Ricordo il sollievo e il conforto delle loro parole semplici ma che mi rafforzavano nella certezza che ce l'avremmo fatta. L'angoscia si poteva circoscrivere e la preoccupazione era meno forte della speranza.il sollievo e anche lo stupore dei miei primi incontri al club, durante i quali si parlava molto più di problemi vari che di alcol. Ho capito presto che l'alcol non era quel mostro gigantesco che occupava tutta la scena: era uno dei molti problemi che la vita presenta, uno dei molti problemi che si possono risolvere.fatto qualunque cosa per uscire dalla nostra situazione e anche se non capivo sempre e fino in fondo le raccomandazioni e le indicazioni che ricevevo (perchè dovevo smettere di bere anch'io?), ho voluto fidarmi dell'esperienza e contavo sui risultati degli altri. poco a poco è stato come se dei nodi che mi tenevano curva, aggrovigliata sul dolore, si sciogliessero e io potessi alzarmi e lasciar cadere dalle spalle fardelli inutili.pretendere dagli altri comportamenti che sembrano giusti a me, inutile incatenarmi alla preoccupazione per atteggiamenti sui quali non posso intervenire direttamente. Potevo intervenire solo con la presenza affettuosa, dovevo imparare ad esserci senza prevaricare, e poi essere testimone di un cambiamento di cui non ero l'artefice. Ed è stato bellissimo, una gioia immensa. Ma poi mi sono liberata anche di questa sorta di dipendenza. Non sono qui in funzione di qualcuno. Sono qui per continuare a costruire la mia libertà.qui per me. Non devo convincere nessuno, non devo salvare nessuno, perchè la cosa più importante nel club, ma, credo, nella nostra vita, è il rispetto della libertà, nostra e altrui. Devo decidere cosa fare di me e poi darne testimonianza. deciso di non bere e ora so che lo faccio non solo per solidarietà, non solo per la mia salute, ma per instradarmi in un percorso di sobrietà in senso più ampio, che mi consenta di essere allegra o di superare timidezze e malinconia, con sistemi più sani e soprattutto più efficaci che derivano dalla fiducia in me e dalla mia libertà interiore.deciso di provare ad essere una donna capace di essere libera da condizionamenti e pregiudizi, ma anche dall'ansia e dalla paura. E non solo rispetto all'alcol o a possibili ricadute, ma in tutti gli aspetti della vita. Una donna libera di essere se stessa, di sviluppare potenzialità, creatività, pensiero..., ho detto, perchè non posso dire di essere così libera. La strada durerà per sempre e la frequentazione del club è una spinta potente in questa direzione.club mi costringere ad esercitare l'elasticità mentale, a riposizionarmi continuamente. Capita, se si ascoltano davvero le persone, se si cerca di capire bene i pensieri e i sentimenti degli altri. Vedo la bellezza e la ricchezza di persone che, al di fuori, non avrei scelto di frequentare, tanto sono diverse da me in tutti i campi. Ma al club mostriamo la nostra umanità e le sovrastrutture fanno presto a cadere. club mi ricorda la complessità delle nostre vite, gli intrecci e le contraddizioni che le rendono speciali e belle da vivere. Ricordo un amico del nostro club, uscito da una situazione molto pesante che lo aveva portato in ospedale con problemi gravissimi, mentre raccontava la sua esperienza ad un nuovo ingresso. La sua testimonianza è stata un inno alla bellezza della vita che ci ha lasciati muti e commossi.è proprio vero. Le nostre vite sono complicate e imprevedibili, a volte molto dolorose, ma possiamo renderle di nuovo belle da vivere. Tanto più belle, quanto più libere.

M.

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Silvana

Silvana

I miei famigliari hanno sempre contato su di me, sono sempre stata quella che non andava mai in crisi, ero sempre presente, disponibile e sicura sulle decisioni da prendere. Questo solo in apparenza perché dentro di me ho sempre avuto dei conflitti, (sensi di colpa, mancanza di fiducia nel prossimo, difficoltà a condividere i miei problemi con gli altri). Dovevo avere sempre tutto sotto controllo, in modo da vivere in pace e inconsciamente allontanavo chiunque potesse rappresentare un pericolo della mia serenità. I problemi sono venuti a galla, quando mio marito è passato piano piano dal bere moderato ad avere problemi alcocorrelati. Ho cercato in tutte le maniere di farlo smettere.Per prima cosa ho eliminato il vino da tavola ma lui beveva di nascosto e questo mi faceva una rabbia terribile (anche se io praticamente mi comportavo come lui perché non parlavo con nessuno di questo problema anzi me ne vergognavo). Abbiamo poi chiesto aiuto al medico di famiglia ma con scarsi risultati. Mio marito tentava di non bere, durava un po’ poi ci ricascava, le cose peggioravano, ho litigato con lui, l’ho minacciato, mi sono disperata ma più di tutto mi sentivo profondamente ferita e offesa. UNA COSA COSI’ NON DOVEVA PROPRIO SUCCEDERE!!! Si., non riuscivo più a controllare tutto ma il peggio era il dolore profondo che mi sentivo dentro, non avevo più voglia di aiutarlo, mi stavo arrendendo. L’incontro con il C.A.T. (anche se lo dico sinceramente accettato malvolentieri da parte mia e questo sempre per un motivo di vergogna) è stata la nostra “ANCORA DI SALVEZZA” Non solo ha aiutato mio marito a smettere di bere, ma il percorso che stiamo facendo aiuta molto anche me e la S.A.T. è stata un ulteriore passo avanti per farmi capire che devo fidarmi di più del prossimo e riconoscere e accettare che anche io ho bisogno di aiuto e che è bello farsi aiutare (nel mio inconscio l’ho sempre saputo ma solo ora riesco a dirlo senza vergogna il mio modo di essere dipende molto dal fatto che mio padre beveva) e questa sofferenza mi ha accompagnato fin dall’infanzia, mi sono sempre sentita inadeguata e ho sempre cercato di nascondere tutto con un finta superefficenza. Affrontando finalmente il problema ho capito che l’alcol distrugge chiunque incroci il suo cammino, chi beve e, che non beve e questo in maniera subdola; io pur non avendo problemi di dipendenza ho sofferto molto a causa dell’Alcol ma sono finalmente riuscita a togliere la maschera a questo nemico un po’ “fantasma” e ora posso finalmente affrontarlo.

Silvana

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La nostra esperienza al CAT ed al SAT

La nostra esperienza al CAT ed al SAT

Questo scritto, io e mio marito, abbiamo deciso di farlo insieme, come insieme abbiamo deciso di affrontare questo cammino. INSIEME è la parola chiave di tutto il nostro percorso, è innanzitutto il contrario di ciò che è l’alcol, che è divisione, solitudine, separazione. L’alcol ci ha infatti divisi, portati lontano l’uno dall’altra, ha spezzato i legami fortissimi della nostra famiglia, ha cancellato i nostri ideali, tutto ciò che avevamo costruito in più di 20 anni; ha cercato di portarci via proprio tutto: salute, famiglia, lavoro. Noi però INSIEME abbiamo cercato di ricominciare, dalle piccole cose, con una lotta giorno per giorno, a riconquistare a poco a poco tutti i nostri tesori. Abbiamo affrontato momenti bui, dove non riuscivamo a capire cosa potevamo fare, a chi rivolgerci, poi a forza di bussare alle più svariate porte, a fare viaggi della speranza, abbiamo provato anche l’esperienza dei club. All’inizio non ci credevamo molto, abbiamo provato per disperazione, ma invece, a poco a poco abbiamo capito che condividere le esperienze con altre persone ci dava più forza e coraggio per proseguire. Nessuno aveva per noi una ricetta o una formula magica ma non eravamo i soli ad aver passato quei momenti bui e parlandone insieme si usciva da quell’ora e mezza di club più “leggeri” e comunque compresi da qualcuno. Il club è stato un posto dove piangere nei momenti peggiori e gioire per i risultati ottenuti. Poi è arrivata dopo qualche mese la scuola che ha dato un significato più profondo a ciò che stavamo facendo. E’ stato importante sentire la teoria che confermava ciò che avevamo vissuto; è stato bello scambiare tra di noi sguardi d’intesa quando si parlava dell’alcol ed i suoi effetti, l’alcol e la famiglia, come per dire “è proprio quello che è successo a noi!”. E’ stato bello parlare con le altre famiglie delle nostre esperienze ed intrecciare nuove conoscenze e nuove amicizie, condividere momenti commoventi, momenti comici e discussioni accese, capire come funziona il club ed avere un motivo in più per continuare a frequentare con una consapevolezza rinnovata. E’ stato fantastico trovare ancora quel calore umano che ti dà la certezza che INSIEME si può davvero cambiare.

Denise & Marcello

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Claudio

Claudio

Dopo pochi anni del mio matrimonio ho chiuso gli occhi. Mi sono impegnato per crescere nel modo migliore possibile le mie figlie decidendo di dedicare a loro tutto me stesso. Puntuale , presente , sicuro forse troppo di tutto. Mi sono impegnato nel lavoro per arrivare dove sono arrivato , anche per orgoglio , per ambizione soprattutto per avere una sicurezza in più per la mia famiglia. Ho macerato me stesso , barcamenandomi in una situazione ingarbugliata in famiglia , decidendo di non decidere , di aspettare , di fare passare il tempo sperando che i mesi e gli anni possano guarire le ferite. Ma le ferite sono profonde , se non si interviene , si infettano , si espandono , divorano. Sono passati quasi quindici anni e , forse , ho riaperto gli occhi , constatando che una gran parte della mia vita è trascorsa e l’ho poco vissuta. Le figlie sono cresciute , sono un valore inestimabile , il lavoro c’è ancora anche se ora spesso mi pesa , la situazione difficile della mia famiglia è stata in buona parte risolta e , devo dire , soprattutto per l’enorme , grandiosa , benedetta volontà di mia moglie che come alcuni , soprattutto donne , ha la capacità di distruggersi e miracolosamente ricrearsi. Rimane questo gusto amaro per il tempo perduto , per non avere saputo leggere del tutto la vita e le situazioni , per la consapevolezza dei miei errori e delle mie omissioni. Io dico agli altri e ora ho bisogno di dirlo a me stesso : la vita , il mondo , le persone possono e sanno essere meravigliose. E allora teniamo aperti gli occhi e cerchiamo di imparare a godere ogni giorno , mese , anno per quello che ci possono offrire. Affrontiamo i problemi , le situazioni , assumiamoci le nostre responsabilità , allarghiamo i nostri interessi , non sottraiamoci alle persone , impariamo ad assaporare i momenti , in definitiva non chiudiamo gli occhi ma viviamo .

Claudio ( 59 Lavagnola )

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Il mio primo giorno al Club

Il mio primo giorno al Club

Arrivo davanti alla Chiesa di San Dalmazio con il cuore in gola , vedo Armando e un gruppetto di persone , presa quasi dal panico ho il desiderio irrefrenabile di scappare ma arriva mio marito e mi freno. Per una frazione di secondo mi scorre nella mente la mia vita , vedo mia madre , il mio matrimonio , il giorno in cui sono diventata mamma , mi viene un nodo in gola da togliermi il respiro e mi domando : cosa sono diventata ? cosa ho sbagliato ? perché ho lasciato che accadesse tutto questo ? Entro con Voi in una stanza ci sediamo tutti in cerchio , le mie emozioni sono tantissime e fortissime : paura , vergogna , rabbia …. al giro guardo timidamente i vostri volti , i vostri occhi e piano piano mi calmo , mi sento capita, libera protetta, al sicuro , mi sento a casa ! Oggi è stato il mio primo giorno al Club e sono finalmente più tranquilla. Voi mi avete fatto stare bene e a mio agio . Desidero disperatamente farcela , non voglio più vivere nelle bugie , nelle paure , nel buio come ho vissuto fino ad ora , non voglio più farmi schifo , e fare del male a mio figlio , a mio marito e a quelli che mi amano , voglio cambiare e camminando insieme a voi devo farcela ! Grazie a tutti voi di esistere.

Un abbraccio e un “ in bocca al lupo “ a tutti.

D. S. Club 59 Lavagnola.

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Nessuno merita le tue lacrime...

Nessuno merita le tue lacrime...

Nessuno merita le tue lacrime e chi le merita non ti farà mai piangere. Uno scrittore famoso ha scritto questa frase probabilmente condivisibile quando si parla di amore , relazioni tra persone adulte. Ma quante volte invece abbiamo pianto per persone che assolutamente meritano le nostre lacrime. I figli ad esempio , spesso ci fanno soffrire con le loro scelte , i loro atteggiamenti, le compagnie sbagliate , le insicurezze , le irresponsabilità. A volte siamo certi che stanno facendo errori ma non riusciamo a capire quale sia la strada giusta per aiutarli , per correggerli , per dissuaderli. Intransigenti o permissivi , rigidi o elastici , genitori o amici. Auguriamoci che fortuna , ragione e amore ci aiutino . Quando nella nostra famiglia c’era il problema per il quale molti di noi sono qui , avevo perso la speranza di uscire da quel tunnel tremendo che stava distruggendo la nostra vita , il nostro futuro. Poi sono successe un po’ di cose , abbiamo cambiato qualcosa e in breve siamo ritornati a credere proprio nella nostra vita nel nostro futuro. E’ per questo che penso di poter dire a chi ha un amico , un parente , un figlio in una situazione difficile di non perdere forza , speranza e fiducia. Si pensa di non riuscire a vedere la fine di quel burrone in cui stiamo precipitando ma a volte , improvvisamente , si può risalire.

Claudio Club 59 Lavagnola.

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Dedicato a...

Dedicato a...

Volevo parlare di quello stato d’animo che si impadronisce di alcuni di noi in certi momenti della nostra vita. Si chiama abulia , disinteresse , mancanza di iniziativa , di voglia di fare. Si impadronisce spesso , ad esempio , di quelle persone che dedicavano tutta la loro giornata al lavoro e poi , una volta in pensione , si sentono irrimediabilmente soli ed inutili. A volte anche persone che hanno una vita davanti a loro , ma che vengono da situazioni difficili , che devono reinserirsi appieno nella società non trovano la forza , la grinta , rimandano giorno dopo giorno le cose da fare , non si espongono ,non rischiano , non cambiano , si adagiano , per quanto possibile , in situazioni che consentono un tran tran quotidiano senza slanci , vivacità , voglia di migliorare , mettersi in gioco. Queste persone dovrebbero capire che ogni giorno perso ,lungo la strada della vita , è un giorno in meno in cui si può vivere un’ emozione , trovare un’ amico , sentirsi utili , aiutare gli altri , scoprire l’amore.

Non si può rimandare il momento di ricominciare a vivere.

Claudio Club 59 Lavagnola

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I nostri figli e la speranza

I nostri figli e la speranza

Domenica 27 maggio 2007 ho partecipato con mia figlia Raffaella di cinque anni e mezzo al Congresso regionale tenutosi a Genova Righi e guardandomi intorno mi sono chiesta dove fossero i bambini, i ragazzi, gli altri figli? Ho riflettuto sul fatto che se per noi famigliari degli alcolisti è importante frequentare il Club per poterci confrontare, sfogare e sentire che non siamo soli perché a volte neghiamo ai nostri figli questa possibilità? La mia bambina è un anno e mezzo che frequenta il Club insieme a me e a mio marito, qui ha trovato delle persone che la hanno accolta amorevolmente e le hanno permesso di dire la sua non solo a parole ma anche con il gioco. Al congresso è stata accolta con amore, coccolata e fatta sentire partecipe. Capisco per esperienza che i figli a volte sono scomodi e fanno paura, portarli ai Club potrebbe significare correre il rischio che involontariamente potrebbero raccontare alle persone del loro mondo (maestri, professori, amici, assistenti sociali) quello che noi vorremmo tenere nascosto, il nostro trascorso doloroso e a volte violento. Noi come genitori abbiamo il dovere di spiegare e di far capire ai nostri figli che anche se hanno sofferto molto, ora hanno una possibilità. Quella di riacquistare un po’ di serenità. Questa possibilità si chiama Club. Cari genitori vi invito con tutto il cuore a superare la vostra immensa paura di essere “scoperti” e a dare ai vostri figli una speranza di equilibrio per il loro futuro.

Nadia - Cat 24 Genova

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Disagio esistenziale

Disagio esistenziale

Il disagio esistenziale è più diffuso nella società in cui si è affermato il benessere ? Penso di sì . Perché l’uomo quando riesce a risolvere i suoi problemi quotidiani , pratici , di sussistenza trova dentro di se altri problemi che ne possono avvelenare l’esistenza ?

Perché è così difficile trovare la pace , l’equilibrio , la felicità ? Aiuta avere una fede , un Dio ?

Credo siano molte le persone nella nostra società , che non trovano un loro ruolo , che non si sentono realizzate , ( ma cosa vuole dire realizzati ) , che si sentono sfiduciate , che non hanno obiettivi , che non trovano spesso la forza per reagire ai problemi , ad affrontarli , a superarli.

Questo disagio interiore viene a galla dando la possibilità alle persone di essere ascoltate , in un clima di amicizia e tranquillità , senza la presunzione di dare giudizi o imporre consigli.

Io anche ho i miei problemi , le mie paure , incertezze , debolezze , manie , sfiducia negli altri.

Un po’ di questo sono riuscito negli anni a condividerlo con mia moglie e alcune cose , insieme a lei , a superarle o mitigarle.

Claudio Club 59 Lavagnola

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Comunità

Comunità

La mia comunità è la mia famiglia , poi i parenti che frequentiamo , gli amici di sempre , i vicini di casa , i negozianti che vediamo giornalmente , moltissimo i colleghi di lavoro con cui condividiamo tanto del nostro tempo. Cosa faccio io per la mia comunità : cerco di fare il padre , il marito , l’amico , il collega nel modo più onesto , disinteressato , giusto possibile. Cerco di esserci quando qualcuno ha bisogno , cerco di ascoltare quando qualcuno vuole parlare. Vivo in modo intenso e conflittuale il mio ruolo di padre , cercando di dare sicurezza pur avendo delle incertezze , in bilico tra severità e indulgenza , regole e libertà , decisioni e compromessi. Ma spesso non ci sono , per insensibilità non capisco , per fretta non vedo in questo mondo che ha frantumato i rapporti umani , in questa vita fatta troppo spesso di giornate di lavoro e sera davanti alla televisione . Poche parole , pochi pensieri , poco tempo per gli altri e per noi stessi tra ambizioni , problemi , frenesie , egoismi. Quando , come adesso , mi fermo a pensare , il solito pensiero , la grande speranza : serenità per le mie figlie , per la mia famiglia.

Claudio Club 59 Lavagnola

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Riflessioni sulla famiglia

Riflessioni sulla famiglia

Cos’è una famiglia?

Quando ero piccola conoscevo la mia realtà: mia madre, mio padre, io, i miei nonni, zii, cugini.

Poi sono cresciuta, pensando che avrei ricreato, anche io, una realtà come questa.

E mi sono sposata.

Ed ho scoperto che, a volte, quello che si è creato, che si pensa di aver conquistato per sempre, in un battito di ciglia si può perdere. Si resta soli… e poi, apri gli occhi e scopri che intorno a te altre decine, centinaia, migliaia di famiglie si frantumano, a volte senza coinvolgere figli perché non ce ne sono, a volte buttando nell’amara realtà dell’insicurezza e della precarietà dei sentimenti anche delle piccole ed innocenti vittime.

Ecco che allora cominci a domandarti che cos’è una famiglia, cosa sono gli affetti, cos’è l’amore.

Se hai fortuna, ti accorgi che la famiglia, come tradizionalmente l’hai sempre intesa, è solo una delle tipologie possibili.

Fermo restando che famiglia continuano ad esserlo per te i tuoi genitori, ti rendi conto che lo sono anche i tuoi amici, a volte anche un collega di lavoro, a volte anche una parrocchia o un gruppo che ti accolgono.

Magari, lo sono più dei tuoi parenti che, di fronte al tuo fallimento, ti girano le spalle.

Di certo ho capito una cosa: la famiglia è un gruppo di almeno 2 persone che sono legate da un vincolo di amore, sentimenti, affetto, rispetto, e non certamente da etichette.

Nessuna istituzione potrà mai cambiare questa mia opinione, soprattutto quando pretende di governare, ipocritamente, non solo la libertà del nostro raziocinio, ma soprattutto la libertà e la genuinità dei nostri sentimenti e del nostro essere uomini.

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Il disagio esistenziale

Il disagio esistenziale

Non posso certamente parlare dei tempi passati, precedenti alla mia vita: non c’ero!, ma dai racconti di genitori e di nonni mi sembra di sentire che, tempo fa, le persone fossero prese dai vari problemi della vita dura e certo più difficile, ma probabilmente meno vittime del disagio di quanto non accada oggi.

Quello che vedo intorno a me, nelle generazioni a me vicine, è un gran senso di vuoto che pesa sulle menti e sui cuori… sembrano esservi sempre meno certezze, con un trend in forte diminuzione, direi inversamente proporzionale alle comodità, alla quantità di tecnologia, alla sempre minor incidenza di “problemi” legati allo svolgimento di attività fisiche quotidiane.

Cioè: una volta c’erano meno automobili, telefoni, ascensori, aprirapolvere, non si comperava la verdura già lavata al supermercato, ma si andava a piedi, si scrivevano lettere, si salivano scale, si usavano scopa e aletta, si coltivava l’insalata direttamente nel proprio orto. Mio padre mi racconta delle sue giornate lavorative di 12 ore, cui seguivano un altro paio d’ore nell’orto per curare le verdure che avrebbero sfamato la famiglia…

Quando una cosa si rompeva si aggiustava… ora si butta…

E così, mostri psicologici come l’inquinamento, la variazione del clima, uniti a tutti i pensieri della giornata (trovare parcheggio senza prendere multe, cercare di sfruttare le migliori offerte delle tariffe dei cellulari, cercare di pagare tutte le rate dei prestiti, correre in palestra, correre al cinema, correre a prendere i figli a scuola eccetera, eccetera, eccetera…) pesano sui cervelli, riempiendoli di ciarpame mentale…

Il tutto, poi, condito con i modelli che ci vengono indicati come desiderabili: successo, aspetto fisico da modelli, belle auto, bei vestiti (ovviamente di marca sennò non sei nessuno), bella vita, compagnie giuste, possesso di tecnologia di grido….

La nostra società ce la mette tutta a cercare di farci sentire inadeguati, ancor più di una volta, e le vittime più bersagliate sono i giovani… Se non si riesce a “correre” al ritmo giusto ci si sente facilmente inadeguati… e facilmente risuona dentro di noi il disagio esistenziale, tanto che, quando il senso di vuoto ed inadeguatezza si fanno troppo forti e insopportabili, è facile cadere non solo nell’uso ed abuso di alcol (facilitato ed incoraggiato dal fatto che si è dei “giusti” se si partecipa assiduamente agli “happy hours”) e peggio ancora di coca, ecxtasy oppure psicofarmaci ecc. Per quello che mi riguarda, credo di vedere il disagio esistenziale delle persone ogni volta che uno sguardo lo sento un po’ troppo triste o perso, quando vedo che perfetti sconosciuti hanno una gran voglia di raccontarmi di sé e della propria vita privata, quando la gente è indifferente e non usa i normali gesti di buona educazione e rispetto verso gli altri, quando un bambino è esageratamente ipercinetico ed irascibile, quando vedo che le persone litigano per delle stupidaggini, quando nelle famiglie non ci si parla, quando nei rapporti umani si preferisce troncare nettamente piuttosto che tirarsi sù le maniche e cercare di venirsi incontro gli uni verso gli altri cercando di smussare le proprie asperità, quanto anche individui giovanissimi esplodono con violenza feroce o addirittura compiono gesti insensati e vuoti come gettare sassi dai cavalcavia, compiere atti di vandalismo gratuito, fare violenza sugli altri…

Ci sono miliardi di altri esempi che potrei citare…

Se devo dire qual è il mio disagio esistenziale, non saprei da che parte incominciare… purtroppo, se devo andare sull’autobiografico rischio di non fermarmi più, e gli amici del CAT sanno benissimo le cose che mi creano disagio... posso però focalizzare l’attenzione su di un aspetto che, pur mutando le modalità con cui si è manifestato durante tutta la mia vita, è pur sempre rimasto una costante e, probabilmente, è l’origine prima di ogni mio disagio: parlo del senso di solitudine.

E’ uno stato d’animo che è parente stretto del senso di vuoto, senza dubbio… ogni volta che mi trovo a dover affrontare certi problemi, mi rendo conto della solitudine che permea la vita, infondo, di tutti noi…

Mi sento sola nel dover affrontare la quotidianità, ora che lo sono fisicamente, ma mi sentivo tale anche quando ero ancora con mio marito… Mi sentivo sola anche quando ero piccola: non mi sono mai sentita capita dai miei genitori… sentivo che mi trattavano “da bambina”, come se fossi stata un essere umano di serie B solo perché ero piccola…

Mi sento sola come donna: ora, poi, che sono single sento di essere, a volte, guardata come una che non ha saputo tenersi un marito ma neppure un fidanzato, visto che sono solitilasciarmi tutti… e quindi, perché donna e perché sola, essere umano di serie B.

Mi sento molto sola quando sono me stessa e la mia lingua dice esattamente qullo che c’è dentro il mio stomaco… dire le cose come sono e, forse, un po’ troppo poco diplomaticamente, fa scappare gli altri.

Appena mio marito mi lasciò, mi rifugiai nell’alcol… non bevevo moltissimo, ma quel tanto sufficiente ad ottenebrarmi la mente e non pensare più di essere al mondo…

In certi periodi ho cercato di combattere la solitudine con gli psicofarmaci.. in altri momenti cerco di non sentire la solitudine accettando rapporti con persone sbagliate per me, accettando persino compromessi da non accettare affatto… spesso mi rifugio nelle mie forsennate corse in bicicletta o nel camminare a passo svelto con la mia musica nelle orecchie…

Tutto questo sempre per vincere il vuoto, la solitudine.

Non so se riesco a comunicare veramente questo stato d’animo agli altri… ne parlo, in genere, ma forse più in terza persona che in prima persona, anche perché a volte ho un po’ d’orgoglio anch’io, un po’ di pudore e non riesco ad ammettere così facilmente di sentirmi sola… forse per la paura che ci mi ascolta possa riderci sopra o dirmi che è colpa mia perché, magari, non mi rendo conto pienamente di avere un atteggiamento un po’ troppo aggressivo e di allontanare gli altri…

Per capire il disagio degli altri, spesso mi trovo a farmi coinvolgere anche troppo… tanto che più di una volta un paio di care amiche mi hanno suggerito di non farmi assorbire troppo dai problemi degli altri e di occuparmi un po’ di più di me stessa… veramente questa cosa me l’ha detta anche la psicologa, una volta, e, in effetti, quando mi sembra di dare molto agli altri, ho spesso la sensazione di non ricevere che poco o nulla… ma poi penso che un buon cristiano, un vero cristiano, dà senza chiedere nulla.

Allora, forse è giusto ed è bello lasciare che il mio senso empatico sia libero di captare gli umori altrui, quando ci riesce…

Non so se esistono altri modi per capire che qualcuno attorno a noi soffre, ma certamente, se potessi, cercherei di far capire che io ho trovato molto conforto nel crescente pensiero di Dio… le difficoltà ed il dolore mi portano sempre a fronteggiare le solitudine col pensiero di Gesù Cristo… nessuno più di Lui mi può far sentire che non sono totalmente sola, ma mi rendo anche conto che questa fede è un dono… non basta la volontà di voler credere per riuscire a farlo…

Spero solo di riuscire a tramsmettere, qualche volta, il senso di amore che mi infonde nel cuore il credere in Dio… almeno quelle volte in cui, per fortuna, la vita mi sorride un po’ ed io tocco il cielo con un dito…

“Ognuno sta solo sul cuor della terra,

trafitto da un raggio di sole…

ed è subito sera…”

(Salvatore Quasimodo)

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Comunità e sistemi umani

Comunità e sistemi umani

Non mi ricordo affatto chi lo abbia detto, ma il tema dei sistemi umani mi porta alla mente la frase “Nessun uomo è un’isola” che, in effetti, pare mostruosamente in contrasto con quanto Salvatore Quasimodo dice in “Ed è subito sera”.

In effetti, il tema della solitudine si interseca contraddittoriamente (almeno in apparenza) col tema della Comunità umana.

Premettendo che tutto ciò che penso e dico è frutto della mia esperienza personale e, al massimo, di quella delle persone a me più vicine che me ne hanno messo a parte, vedo l’essere umano in una strana posizione all’interno dei sistemi umani: quella di individuo troppo spesso solo in mezzo ad una moltitudine.

A voi non è mai capitato? A me accade spessissimo di sentirmi parte di un qualcosa più grande di me, di una sorta di “corallo umano” dove ognuno è interdipendente dagli altri, ma nello stesso tempo di sentire tutta la solitudine nella quale vivo i miei pensieri, i miei sentimenti e le mie sensazioni.

I sistemi umani (famiglia, comunità, ambienti di lavoro, eccetera) per loro stessa definizione, sono un motivo di unione tra individui, almeno per quanto riguarda una comunione di scopi, di sentimenti o di condizione.

Peccato però che, come tutte le cose umane, anche all’interno di un sistema è molto più facile trovare motivi di divisione tra le persone che di comunione.

Oggi si parla molto di crisi della famiglia, ma io vedo quotidianamente che la divisione coinvolge tutti i sistemi.

Credo che i conflitti, i dissapori, le incomprensioni siano sempre esistiti nella storia dell’uomo, con la stessa intensità, anche se con modalità diverse.

Gli uomini si sono sempre fatti la guerra, tra coniugi è sempre esistito il tradimento, tra genitori e figli c’è sempre stata incomprensione. Ognuno di noi è unico, e questo concetto è meraviglioso e terrificante nello stesso tempo; significa che ogni essere umano è un tesoro inestimabile proprio perché porta qualcosa con sé di irripetibile e non clonabile, un insieme fatto di natura, passioni, sentimenti, caratteri fisici e psicologici, esperienze proprie ed irripetibili.

Nel contempo, se ognuno pensa profondamente a cosa significa essere “unici”, non può che sconvolgerci il pensiero che questa condizione ci condanna anche a quella solitudine profonda data proprio dall’impossibilità di far capire fino in fondo agli altri quello che si prova, si sente e si vive sotto la propria pelle, nelle proprie fibre.

Quindi, anche quando l’empatia è talmente forte da farci pensare di provare le stesse emozioni e gli stessi sentimenti dell’altro, in realtà non ne potremo mai avere la prova finale, scientifica, e quindi resteremo sempre e comunque universi separati. Ora, riconoscendo che queste sono realtà inconfutabili, c’è da considerare cosa sono i sistemi umani, cioè le famiglie, la società, gli ambienti lavorativi oggi.

Il mondo moderno, soprattutto con l a crescita e lo sviluppo della tecnologia, sembra abbia centuplicato e più la frenesia della vita, tanto da rendere il tempo sempre più raro e prezioso e portando tutti noi a sentirci vittime della pressione e poveri di momenti di riflessione, pace, condivisione con gli altri.

Il disagio che viene inevitabilmente a crearsi è talmente forte che ansia e depressione (almeno a detta delle statistiche) sono in crescita costante nelle popolazioni, anzi, il tasso di suicidi, nelle società progredite e ricche, pare in crescita.

Che significa?, che più una società è economicamente ricca, più la gente è portata al suicidio?

Certo la situazione è davvero paradossale: da una parte vedo i paesi del terzo mondo dove la gente muore di fame e stenti… dall’altra, vedo le nostre società ricche e benestanti dove ci si ammazza di frenesia, stress, quando non lo si fa bevendo, facendosi di psicofarmaci, o peggio di droga e schifezze varie.

Ed ecco l’interdipendenza tra esseri umani, diversi per cultura, condizioni, modi di vita e, perdipiù, lontanissimi geograficamente.

Noi, uomini delle società ricche, chiusi nei nostri frenetici ritmi di vita, abbiamo sempre meno rapporti di umana condivisione con chi ci sta vicino, stiamo implodendo su noi stessi e riusciamo ad avere solo influenze negative gli uni verso gli altri, a causa di indifferenza e conflitti interpersonali, e, cosa ancor più clamorosa, riusciamo a condizionare pesantemente la vita di altri individui in altri paesi che, a causa delle nostre economie e dei nostri stili di vita, non hanno affatto il problema di sentire il disagio che sentiamo noi perché hanno il problema ben più pesante e primario del morire di fame.

Parlare di queste cose porta troppo spesso troppa gente a fare retorica: è bene parlare di queste cose per ottenere successo politico, economico, di immagine; è sempre più diffuso l’uso vergognoso delle disgrazie e delle miserie altrui per farsi belli e ottenere vantaggi.

L’ipocrisia di tanta politica, di tante organizzazioni, di tanti paladini che si ergono a salvatori dell’umanità, mi fanno vomitare.

Ognuno di noi, io per prima, siamo colpevoli ogni volta che ci riempiamo la bocca di belle parole, ma non facciamo nulla.

Tuttavia, è anche nel nostro essere imperfetti che troviamo una ricchezza: infatti, anche attraverso le nostre mancanze ed i nostri errori ci viene data l’occasione per cambiare le cose e crescere.

Dovremmo, però, fare in modo che crescesse la consapevolezza che nella vita le cose che valgono veramente sono davvero poche. la salute, gli affetti, la stima di sé, la curiosità, la passione, la voglia di conoscere e di crescere.

Vorrei ricordare una cosa bellissima che disse, un giorno, Albert Einstein circa la guerra tra gli uomini e il rischio incombente di un terzo conflitto mondiale: esortò tutti gli uomini della terra a ricordare la propria umanità ed a dimenticare tutto il resto.

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Giuseppe

Giuseppe

Essendo a casa causa malattia e non sapendo cosa fare, mi sono deciso a ricordare i miei duemila giorni passati da astinente. Ma ritorniamo indietro nel tempo,uscito dall’ ospedale di Pavia, Liviana, mia moglie si è messa in contatto con il Prof. G. il quale mi ha dato appuntamento per un colloquio ed è così che siamo entrati a fare parte di questa grande famiglia.

Mi ricordo il primo giorno al Club Arcat, non so se ero impaurito,se mi sentivo in vergogna ecc ecc, ma appena ho iniziato a parlare tutto questo è sparito.

Mario N. racconta dei suoi giorni di astinenza, 1550 circa, il mio cervello inizia ad andare in ebollizione (riuscirò ad arrivare a quel traguardo?).

Le settimane passano e mi viene detto che devo scrivere la lettera dei 100 giorni di astinenza, quattro o cinque righe, non di più. Poche righe di scritto, ma tanta fierezza nel cuore.

Mi ricordo che parlando con Mario gli dicevo che non pensavo più alla Barbera (che bel nome); lui mi dice che invece ci si deve pensare tutti i giorni,ma come tabù.

Passano i mesi e il mio ben poco cervello inizia a funzionare tanto che mi decido a riparare un mio vecchio mulinello da pesca; ci riesco!

Non potete immaginare la mia contentezza, ne parlo al Club; non ricordo se ho spiegato lo smontaggio, il rimontaggio con tutte le viti e i bulloncini annessi, so solo che per me era stata una vittoria.

Come d’abitudine, per Natale, si va a mangiare la pizza.

Questo è il pretesto per ritrovarci con gli altri Club e farci gli auguri di Natale.

Siccome compio l’anno di astinenza nel periodo delle feste natalizie, mi viene consegnato il diploma ed un regalo da parte del mio Club (una tuta impermeabile per andare a pescare).

Dimenticavo: anche in famiglia il due dicembre mi hanno fatto festa con una torta al cioccolato, filo ad ami da pesca e tanta comprensione da parte di mia moglie,dei cognati e dei nipoti.

Il mio primo diploma è stato un lieto evento anche per i miei colleghi di lavoro; anche a loro debbo qualcosa.

Dopo due anni circa di quasi clausura, decido di andare a sentire un concerto di canzoni in genovese (dove il vino scorre a fiumi);ne parlo con Liviana e Lei mi dice di andare.

Sono sicuro che però mia moglie stesse pensando: “speriamo che non ci caschi”,non in terra ma con il bicchiere in mano.

Tutto procede bene fino all’ estate scorsa, quando mi è tornata una tremenda voglia di bere che mi durata due o tre giorni,ma grazie a mia moglie e agli amici del Club ( e a tanti vasetti di Nutella) sono riuscito a farla passare.

Ragazzi credetemi non lo auguro al mio peggior nemico quello che ho passato in quei giorni.

Adesso mi sono stancato di scrivere, anche se ce ne sarebbero ancora di cose da dire!

Auguro a tutti voi e a me stesso di riuscire ad accumulare tanti giorni di astinenza da non poter riuscire a scriverli.

Giuseppe C.




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